I 10 migliori assoli della carriera di Lou Reed

Di Sergio Ariza

Lou Reed è morto quattro anni fa, il 27 ottobre 2013, ma la sua morte non può farci dimenticare una delle carriere più importanti della storia del rock. Come piccolo omaggio, da Guitars Exchange vogliamo riportare alla memoria alcuni dei migliori momenti chitarristici tra i suoi tanti lavori. Per questo abbiamo stabilito una piccola regola, abbiamo scelto un unico assolo per chitarrista. Come non poteva essere altrimenti, abbiamo iniziato la nostra lista dal protagonista ai tempi in cui era il leader della Velvet Underground, ma non dimentichiamo altri chitarristi che hanno attraversato la sua carriera come Mick Ronson o Steve Hunter.    

Lou Reed - I Heard Her Call My Name (1968)
 

Se con il primo album della Velvet Underground, Lou Reed raggiunse una delle cime assolute della musica rock e uno dei due o tre album più influenti di tutti i tempi, con il secondo lavoro deciso di spingersi fino ai limiti del genere musicale. Uno dei suoi migliori esempi è I Heard Her Call My Name dove Reed dimostra che è uno dei chitarristi più sottovalutati della storia con un paio di assoli che vanno oltre i limiti del rumore e della furia. Ispirato al 'free jazz' di Ornette Coleman, Reed si scatena con un paio di assoli atonali, oltre le barriere della distorsione, in cui, soprattutto nel secondo, sembra che stia suonando e contemporaneamente facendo buchi nella chitarra e nell’amplificatore con un trapano. Per portare a termine tale attacco sonoro è probabile che abbia usato la sua Gretsch Country Gent attraverso un Vox AC100 Solid State Vox Super Beatle Amp...anche se sparare con una mitragliatrice su una cassa di granate avrebbe funzionato ugualmente.
 

 

Sterling Morrison – Pale Blue Eyes (1969)
 

Sterling Morrison
è il grande dimenticato della formazione originale dei Velvet, forse a causa del suo approccio: sempre un passo indietro dando solo i tocchi necessari di cui ha bisogno una canzone, come il suo idolo Steve Cropper. Probabilmente nel terzo disco è dove lo si nota di più, dove si appropria di una delle canzoni migliori di Reed, Pale Blue Eyes, con il suo delicato accompagnamento in tutta la canzone e quell’assolo semplice e così bello e fragile che sembra si possa rompere in qualsiasi momento. Less es more...
   

Doug Yule - Oh Sweet Nuthin’ (1970)
   

Al quarto album, la Velvet Underground si era quasi sciolta, con John Cale fuori fouri già da tempo, Moe Tucker incinta e senza quasi apparire nel disco, e Sterling Morrison incazzato per l’ingombrante presenza del rimpiazzo di Cale, Doug Yule. Lo stesso Reed aveva già un piede fuori dalla band quando arrivò con un disco degno del suo nome, Loaded, pieno di grandi successi, per poi lasciare il gruppo. È qui che troviamo alcune delle migliori canzoni della sua carriera, Sweet Jane, Rock & Roll, New Age o Oh Sweet Nuthin' che non solo canta Yule ma che vede un grande assolo con uno stile molto più convenzionale, ma altrettanto efficace, rispetto a quelli dei suoi compagni di banda. La chitarra utilizzata all'epoca era un Gibson ES-335TD.
 

Steve Howe - Ride Into The Sun (1972)
 

Il primo album da solista di Lou Reed non fu esattamente un successo commerciale o artistico. Costruito sulla base di pezzi scartati della sua tappa con i Velvet, questo disco omonimo non ebbe un gran ripercussione fra i seguaci della sua carriera. Ma al di là del fatto che non si trattasse di un disco perfetto, è pieno di buone canzoni, in cui ascoltimao Steve Howe degli Yes conformarsi allo stile molto più schematico di Reed. Uno dei migliori esempi è Ride Into The Sun, una delle canzoni preferite di John Frusciante.
 

Mick Ronson – Vicious (1972)
 

La spinta finale alla carriera di Reed, soprattutto dal punto di vista commerciale, è arrivata quando collaborò con uno dei suoi più grandi fan, un David Bowie che viveva nel bel mezzo dell'esplosione di Ziggy Stardust e del glam. Ma la ciliegina sulla torta è stata il contributo di Mick Ronson, chitarrista degli Spiders from Mars che produsse l'album con Bowie ed fu il responsabile di alcuni degli arrangiamenti più memorabili. Come non poteva essere altrimenti, si portò dietro la sua Les Paul Custom "Black Beauty" del 68 per mettere un paio di assoli fondamentali sulla base degli accordi dell’Epiphone Riviera di Reed. Forse il più ricordato è quello di Vicious dove suona così sporco come il protagonista dei testi.
 

 

Steve Hunter / Dick Wagner - Sweet Jane (1974)
   

Quando Reed volle presentare Berlin dal vivo, l'unica cosa chiara era che voleva essere una rock star, un "rock animal" e lasciò a Bob Ezrin il compito di trovare la banda perfetta. Fu così come Steve Hunter e Dick Wagner suonarono insieme per la prima volta (entrambi parteciparono nel disco Berlin, ma senza coincidere, con Hunter brillando in How Do You Think It Feels e Sad Song). L'uomo che aveva inventato il ‘noise’ passava all'epica da 'rock'n'roll star' e il ruolo gli andava a pennello, grazie ai suoi nuovi chitarristi. A Hunter incaricò la composizione della intro di Sweet Jane con cui iniziava i concerti. La sua sintonia con Wagner è incredibile, con Steve suonando la melodia e Dick facendo le armonie. Poi inizia la canzone ed è Wagner che s’incarica degli assoli. Raramente due chitarristi sono stati più in sintonia di questi due, con le loro Les Paul TV Special, Hunter attaccato a un amplificatore da 100 Watt HiWatt e Wagner a un Marshall half-stack da 100 watt. Non è solo il miglior assolo di questa lista, ma uno dei più grandi di tutti i tempi.
   

Danny Weiss – Kill Your Sons (1974)
   

Sally Can’t Dance
fu un po’ come inciampare dopo l’esuberante trilogia costituita da Transformer, Berlin e Rock and Roll Animal, ciò nonostante, conteneva canzoni interessanti come Kill Your Sons in cui Reed affronta il momento traumatico in cui i suoi genitori decisero di sottoporlo a una terapia di elettroshock. Una delle sue migliori canzoni che conta sulla partecipazione del chitarrista solista Danny Weiss, membro fondatore degli Iron Butterfly e Rhinoceros, che qui ci regala uno dei suoi migliori contributi alle sei corde.
 

Bob Kulick – Coney Island Baby (1976)
   

Dopo l’attentato terrorista sonoro di Metal Machine Music, Lou Reed tornò con uno dei suoi dischi classici, Coney Island Baby, dedicato alla sua compagna transessuale dell’epoca, Rachel. Per l’occasione, contò sulla collaborazione di Bob Kulick che stava per diventare membro dei Kiss (registrò diverse cose con loro in studio) e sarebbe finito per formare parte degli W.A.S.P.. È suo lo straordinario lavoro con lo slide in Crazy Feeling, la canzone che apre l’album, o il meraviglioso accompagnamento alla grande canzone che dà il titolo al disco, dove la sua chitarra fa da coro alla storia che inizia con il protagonista ricordando come durante il liceo tutto ciò che volesse fare era giocare a football americano e che finisce per essere una meravigliosa lettera d'amore per suoi due amori di allora, Rachel e New York.
 

Robert Quine – Waves Of Fear (1982)
 

Blue Mask
è uno dei migliori album della sua carriera e in parte grazie a Robert Quine che è uno dei chitarristi più affini al suo stile con cui suonò. Prima di essere uno dei pionieri del punk di New York insieme a Richard Hell nei Blank Generation, Quine era un fan assoluto dei Velvet e aveva già ascoltato centinaia di ore di registrazioni dei loro concerti. Non c'è da stupirsi quindi che si capissero (musicalmente) alla meraviglia. Forse il miglior esempio è proprio Waves Of Fear in cui il solo di Quine è l'equivalente musicale dello stato d’animo del suo protagonista, una specie di crisi nervosa. È palese come Quine ascolti le parole prima di suonare, trasmettendo alla sua chitarra la sensazione di psicosi che ricrea Reed nei testi. Quando dice "Devo essere all'inferno", Quine, con la sua Stratocaster, ce lo dimostra.
 

  

Mike Rathke – Dirty Boulevard (1989)
   

New York
è, dopo Transformer, il miglior disco della carriera di Reed e le sue tre prime canzoni sono tra le migliori produzioni. La sua interazione con Mike Rathke è semplicemente telepatica, tutti e due con chitarre Pensa-Suhr. Non c'è da stupirsi che Rathke sia diventato il suo partner più fedele e ha finito per collaborare in molti altri album con Reed. Basta ascoltare l'inizio di Dirty Boulevard: Reed inizia una semplice progressione di tre accordi e Rathke gli si unisce con una linea che la integra perfettamente, cosa che farà durante il resto della canzone dove Reed ritrae i bassi fondi della Grande Mela. Come ciliegina il grande Dion DiMucci finisce per aggiungere alcuni cori meravigliosi che completano un'altra eccellente canzone. Un rock and roll spartano e diretto che riafferma una cosa che amava dire lo stesso Reed: "Non puoi battere due chitarre, un basso e una batteria".

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