Resurrezione

Di Paul Rigg

Wilko Johnson (12 luglio 1947) è un chitarrista e cantante enormemente amato e rispettato. È stato membro fondatore dei Dr Feelgood negli anni '70, chitarra ritmica per Ian Dury and The Blockheads nei primi anni '80, prima di formare la Wilko Johnson Band nel 1984.  

Nel 2013, quando gli è stato diagnosticato un cancro terminale, decise di rifiutare le cure, andando all'estero in tournée e registrando un "album finale" con Roger Daltrey degli Who.
 

   

Poi, tuttavia, attraverso un'improbabile coincidenza, incontrò un oncologo che gli disse avrebbe potuto sopravvivere se si fosse sottoposto a un intervento chirurgico di dieci ore molto rischioso. Scelse di provarci, l'operazione andò bene e da allora non ha più guardato indietro.  

Wilko Johnson ha iniziato la tappa britannica del suo tour il 28 febbraio scorso. In Gran Bretagna è affiancato dal chitarrista e frontman degli Squeeze, Glenn Tilbrook. "È bello essere di nuovo insieme...siamo dello stesso ambiente", dice Johnson, entusiasta di parlare con Guitars Exchange del suo amore per la vita ‘on the road’, del suo album e di com'è suonare la chitarra con un tumore di tre chilogrammi nello stomaco...
   

   

GE: A quale nuovo progetto hai lavorato di recente?
 

WJ: Il mio gruppo [The Wilko Johnson Band, con Dylan Howe e Norman Watt-Roy] finì in Inghilterra alla fine del 2017, per suonare alla Royal Albert Hall e poi siamo andati in Giappone per un tour. Tornare in strada è stato davvero bello perché a dirti la verità, quando non sto suonando mi siedo e non faccio nulla. Ad ogni modo, ora abbiamo alcuni concerti nel Regno Unito per promuovere l’album Blow your mind.
 

GE: Hai un brano preferito dell’album?
 

WJ: L'album è stato realizzato in uno stile molto simile all'album che ho fatto con Roger Daltrey. L'ho fatto con le stesse persone: Steve Weston all'armonica, Mick Talbot alle tastiere e lo stesso produttore Dave Eringa. Lo abbiamo fatto più o meno allo stesso modo, siamo entrati e lo abbiamo registrato in poco meno di due settimane. È tutto materiale nuovo - ma ‘nuovo’ potrebbe significare che è la stessa roba di sempre! (ride). Sono piuttosto soddisfatto del modo in cui è venuto fuori e le persone che l'hanno ascoltato dicono che è molto buono quindi, sapete, lo prenderò per buono!
 

GE: È risaputo che sei sopravvissuto a un grave cancro e so che i tuoi fan vorrebbero che ti chiedessi della tua salute. Come te la passi in questi giorni?
 

WJ: Magro come uno stecco! Torno all'ospedale di Addenbrooke ogni sei mesi per scanner e cose varie e mi tengono d'occhio; ma la mia salute va benone, grazie mille.  

GE: Ricordo che hai detto che nel tuo "tour di addio" dovevi bilanciare la tua chitarra con il tumore per suonare. Com'è stato?
 

WJ: (ride) Sì, era una di quelle cose pazzesche. Sembra sciocco, ma ero abituato a stare con la mia chitarra orizzontale contro di me, e poi ho scoperto che in realtà stava puntando verso il pubblico. Ho cercato di metterla di nuovo piatta, ma mi è sembrato che scontrasse contro questa grande e grossa protuberanza quando stavo suonando - e il mio tumore era piuttosto grosso, aveva le dimensioni di un melone e si stava sporgendo proprio fuori. Pensi di poter dimenticare queste cose mentre suoni ma non puoi perché la chitarra dondola avanti e indietro e il tumore ti dice "eccomi!", lo sai (ride). E pensi: 'mi ucciderai'!    

   

GE: Potresti dire che dà una nuova prospettiva alla parola "rock" nel rock n roll ...
 

WJ: Sì, rock ‘n’ tumore! (ride)  

GE: Tornando alla tua infanzia, potresti parlarci della tua prima chitarra?
 

WJ: Sono mancino e la mia prima chitarra era mancina, ma ero davvero un inutile, e tutti a scuola potevano suonare meglio di me. Così decisi di suonare da destro dicendo a me stesso di ricominciare dall’inizio per non sentirmi così sciocco. Poi ebbi la mia vera prima chitarra che era una Watkins Rapier - una specie di imitazione inglese della Stratocaster, piuttosto buona in realtà - ma è andata da molto tempo, non so cosa sia successo a quella chitarra. Da allora conservo ogni altra chitarra che ho avuto, che sono quattro, credo: ho tre Telecaster e una Stratocaster.  

GE: Pare tu sia stato molto influenzato da Mick Green e che abbia sviluppato il tuo stile dal suo; cosa ti ha influenzato così tanto?
 

WJ: Quando ho iniziato a imparare a suonare, i meccanismi fondamentali, un giorno ascoltai un disco di Johnny Kidd and the Pirates alla radio e fui assolutamente colpito dal suono della chitarra. Ero molto emozionato e volevo scoprire "chi sta facendo questa cosa?" E scoprii che si trattava di Mick Green e che aveva questo modo speciale di suonare - la band aveva solo un chitarrista e faceva questa cosa dove lui ritmica e solista allo stesso tempo. Così ho iniziato a cercare tutti i suoi dischi per provare a copiarlo - la mia ambizione musicale allora era di essere esattamente come lui - ma nessun uomo poteva farlo. Feci del mio meglio e finii per creare il mio stile.
 

GE: Più tardi, quando ripensi ai Dr Feelgood, quale pensi sia stato il tuo momento più felice?
 

WJ: Ci sono stati molti momenti felici allora. Prima di tutto quando eravamo solo una band locale, quando era tutto molto divertente; e poi dopo un paio d'anni abbiamo iniziato a suonare a Londra e improvvisamente siamo diventati molto popolari molto rapidamente perché eravamo diversi. Quello che stavamo facendo era semplicemente rock and roll, molto semplice, molto energico, a differenza di quello che faceva la maggior parte delle persone. Uscivamo sui giornali ed era eccitante, tipo "woo-hooo, siamo star!" - sì, è stato bello. E poi inizi a vendere dischi e ti vedi sui giornali e in televisione e inizi a chiederti "di cosa si tratta?" e la prossima cosa che sappiamo è che siamo in tour in America, e poi non sono più così buoni amici. Dalle stelle alle stalle, lo sai.
   
   

GE: Hai lasciato i Dr Feelgood dopo una discussione - è stata la fine della tua relazione con la band o continuò in qualche modo?
 

WJ: Mi stavo isolando dalla band. Vedevo le cose in modo diverso. Io ero un cantautore e avevo molte preoccupazioni che non capivano, e lì ho sviluppato quest’animosità tra me e Lee Brilleaux, il cantante; non so di cosa si trattasse, ma non potevamo sopportarci l'un l'altro, lo sai. Uno entrava nella stanza e l'altro usciva, quel genere di cose. E poi tutto scoppiò quando stavamo registrando il nostro quarto album. Eravamo nei Rockfield Studios e scoppiò questa enorme discussione, c'era molto risentimento, e andò avanti per tutta la notte, e al mattino mi buttarono fuori dalla band. Andò così.
 

GE: Hai avuto altri contatti?
 

WJ: Ho incontrato Lee in una o due occasioni dopo, ma non ci siamo mai riconciliati. Siamo andati per strade separate.  

GE: La scorsa notte stavo guardando di nuovo il live dei Dr Feelgood del 1975 "Live at Kursaal" e sono rimasto colpito dalla potenza e dall'energia delle tue esibizioni dal vivo. Preferivi suonare dal vivo che registrare in studio?
 

WJ: Assolutamente. Sempre. Non c'è paragone. Ovviamente è divertente fare dischi, scrivere canzoni e registrarle e tutto il resto, ma per me la vera forza è lo spettacolo, e mi sono sempre visto come performer, prima di tutto.  

GE: Molti vedono te e i Dr. Feelgood come i precursori del movimento punk in Gran Bretagna, qual è la tua opinione su quel periodo?
 

WJ: L'intera faccenda del punk è iniziata mentre eravamo in tour in America, e avevo iniziato a sentire diverse cose su queste band. Poi, dopo la rottura dei Feelgood, ho iniziato a incontrare tutte queste persone: The Clash e i Pistols; ho condiviso un appartamento con Jean-Jacques Burnel degli Stranglers - e ho scoperto che tutti, in un modo o nell'altro, erano stati influenzati dai Dr Feelgood, quindi all'epoca ero un po’ un padrino.
  Penso che quelle band siano fantastiche; quello che hanno preso dai Dr Feelgood - che per me è una delle cose più importanti - è stata l'energia, l'energia totale.    

   

GE: Nel 1980 ti sei unito a Ian Dury e ai Blockheads; com’era suonare la chitarra con i Dr Feelgood e suonare con Ian Dury?
 

WJ: La cosa positiva di cuonare con i Blockheads era che sono sempre stato un front man, e unendomi ai Blockheads sono entrato a far parte della sezione ritmica, il che è stato grandioso perché quello che faccio davvero è ritmo, e loro avevano una delle grandi sezioni ritmiche dell’epoca, con Charlie Charles alla batteria e Norman Watt-Roy al basso. In effetti, quando Ian mi chiese se volessi unirmi a loro, una delle reali attrazioni fu proprio poter suonare con Norman Watt-Roy. Ho passato dei bei momenti con loro perché erano una grande band.
 

GE: C'è stato un disco in particolare in cui ti sia piaciuto specialmente suonare?
 

WJ: Quando entrai, loro avevano appena lanciato I wanna be straight e andammo al Top of the Pops, cosa che non avevo mai fatto prima.
 

GE: Poi, incredibilment,e in un momento in cui ti aspettavi di finire male, hai deciso di registrare ‘Going Back Home’ con Roger Daltrey. Perché hai scelto Roger Daltrey per registrare l'album che pensavi sarebbe stato l'ultimo?
 

WJ: Alcuni anni fa mi sono imbattuto in Roger durante una cerimonia di premiazione. Non lo conoscevo molto bene e stavamo solo parlando e lui disse 'dovremmo fare un album insieme' e risposi 'si, sarebbe bello'. Abbiamo fatto diversi tentativi per farlo, ma Roger è un uomo molto impegnato e non fu possibile, quindi l'idea finì in un cassetto. Quando ho avuto il cancro, Roger mi chiamò e mi disse "hey man, dovremmo fare quell'album" e dissi "beh, è ​​meglio farlo in fretta dato che ho solo due o tre mesi di vita", e l’abbiamo fatto .  

Ovviamente è stato molto strano per me perché decisi che vedendo come stavo per morire il materiale sarebbero state tutte mie canzoni, come un piccolo testamento per me. Era strano perché suonare era davvero grandioso e poi me ne andavo a casa nella notte e pensavo 'fottuto inferno, sto per morire'. Non pensavo nemmeno che avrei visto quel disco pubblicato. Poi ho pensato 'va bene che sto per morire ma ho avuto una vita piuttosto bella e sto finendo di fare un album con Roger Daltrey, quindi non posso davvero lamentarmi'. Mi ha dato una tale carica farlo…e poi non sono morto e il disco ha avuto molto successo; penso che sia il secondo album più venduto di quell'anno. Anche se mi sono perso tutto ciò perché mi stavano operando - stavo sdraiato in un letto d'ospedale, pieno di morfina e tubi e cose varie, e la gente entrava e mi dava dischi d'argento e d'oro e mi dicevano "davvero bravo!”.    

   

GE: "I Keep It to Myself" e "Going Back Home" sono stati molto popolari su Youtube - perché pensi che sia così?
 

WJ: Non lo sapevo nemmeno. Non ne ho idea. Temo di non aver mai preso parte a questa cosa di YouTube, non so nemmeno come si usa un iPhone, ma se è così allora molto, molto bene.   Penso che l'intero album sia buono. Non era come un normale disco perché normalmente ti preoccupi di farlo, venderlo e promuoverlo, e niente di tutto ciò è stato applicato. È stata un'esperienza folle nel mezzo di un'epoca encor più pazzesca.  

GE: È possibile che facciate un altro disco insieme? Daltrey ha detto in una intervista "sarò lì quando sarà pronto"...
 

WJ: Roger è un uomo molto impegnato, ma forse le cose potrebbero andare in quel modo.  

GE: Hai mai suonato con Pete Townsend?
 

WJ: Ho incontrato Pete Townsend per la prima volta dopo aver realizzato l'album con Roger. Sin da quando ero un ragazzo sono stato un grande fan degli Who e penso che Pete Townsend sia uno dei grandi chitarristi e anche un uomo di spettacolo. Entrambe le cose sono davvero importanti per me. Ci siamo incontrati brevemente ma non abbiamo suonato insieme, no. Forse la prossima volta.
 

GE: Passando ora alle tue chitarre, sei sempre stato fedele alla tua Telecaster del ‘62?
 

WJ: Ho ancora quella chitarra, è quella che ho sempre voluto. Ora suono una Fender Telecaster Wilko Johnson Signature rossa e nera. E il motivo è perché Mick Green la suonava.    

   

GE: C'è un video di YouTube con quasi 500mila visualizzazioni che mostra la tua tecnica chitarristica, in cui dici "Ho imparato questo a 18 anni ed è tutto ciò che so fare" ...
 

WJ: (ride) Sì, è esatto...  

GE: ...e un commentatore sotto dice "l'unico problema è che nessun altro sa farlo". Qual è la tua risposta?
 

WJ: Questo mi confonde, ho fatto un paio di tentativi per fare tutorial con il pubblico. Quello che faccio è molto semplice e ai vecchi tempi quando la gente mi si avvicinava e mi chiedeva "come lo ai?" pensavo "è ovvio". Poi per la prima volta mi sono visto in un filmato e ho pensato 'non riesco a vedere quello che sto facendo!', Ma ti assicuro che è molto semplice (ride).  
GE: Per quanto riguarda la tua attrezzatura, qual è l'amplificatore con cui non puoi vivere senza?  

WJ: Uso un amplificatore Cornell, un Wilko Special rosso e nero, è un combo, ha un altoparlante, 40 watt; adoro il suono che ha Questi amplificatori sono costruiti a mano, non ci sono circuiti stampati. Sai come riconosci un buon amplificatore? Basta collegarlo senza smanettare, mettere tutto a metà, e dovresti ottenere un suono davvero buono. E quest’amplificatore è così.  

Non ho problemi con il suono, tutto sul mio amplificatore è impostato al numero 7, e la mia chitarra è al massimo con l'interruttore sul pickup del ponte, e non cambio mai suono.    

   

GE: Usi dei pedali?
 

WJ: Nooooo!! Sono un chitarrista, non un ciclista.  

GE: Daresti qualche consiglio specifico a chitarristi alle prime armi?
 

WJ: Trova una chitarra e un amplificatore che ti piace, trova il tuo suono e suona il tuo ritmo - in seguito potrai diventare sofisticato.  

GE: Ci sono chitarristi nuovi che ti piacciono al momento?
 

WJ: Non sono diverso dalla maggior parte degli anziani; i miei gusti musicali si sono congelati intorno al 1972. (ride) Ero ad Amsterdam tempo fa ed eravamo in un bar e ho sentito una ragazza suonare davvero alla grande - aveva feeling. Stava suonando in acustico senza amplificatori. Stavo gridando; amico, era fantastica!  

GE: Sapeva che era Wilko Johnson ad acclamarla?
 

WJ: Uno dei ragazzi di quel gruppetto mi ha riconosciuto ed è venuto a chiacchierare. Era molto giovane e forse ha dovuto spiegarle chi fossi: 'quel tipo inglese che fa tutto quel casino!'  

GE: Oltre al tuo patrimonio musicale, hai studiato antiche saghe islandesi all'università, hai un profondo interesse per l'astronomia e hai recitato in Game Of Thrones, interpretando Ser Ilyn Payne: hai ancora grandi ambizioni?
 

WJ: No, non proprio, no. La prima cosa che ho fatto quando pensavo di morire fu andare in Giappone, perché mi piace davvero tanto. Durante quell'anno penso di essere andato in Giappone quattro volte, ma non ho alcuna ambizione di vedere altri posti. Mi piace guardare le stelle attraverso il mio telescopio, erano già lì, e saranno lì quando me ne sarò andato.    

   

GE: Questa è una domanda per i fan di Game of Thrones - potresti tornare nelle stagioni successive?
 

WJ: Mi è piaciuto molto; ma penso che la storia sia andata avanti senza di me, quindi non credo che parteciperò di nuovo. Ma è stato fantastico.  

GE: Per finire, quando ripensi alla tua carriera musicale, quale pensi sia stato il tuo momento più felice?
 

WJ: (ride) forse non dovrei dirlo a nessuno. Sai, ci sono dei momenti felici quando sei ‘on the road’! (ride)    

Guitars Exchange
chiude l'intervista ringraziando Wilko Johnson per il suo tempo e augurandogli tutto il meglio per il suo futuro, e lui risponde nel suo modo tipicamente caloroso e allegro: "siete i benvenuti, grazie amici."
 

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©LeifLaaksonen